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The Revenant, il potere della vendetta

Quando in The Revenant vedi Hugh Glass  girare per vallate innevate che sembrano infinite, mangiare animali non sempre morti e dormire tra i ghiacci con soltanto una pelle d'orso ed un focolaio vicino, ti chiedi come sia possibile che un uomo riesca ad andare avanti nonostante sia stato ad un passo dalla morte. Ti sorprende ancora di più scoprire che il film è ispirato ad una storia vera. Ti domandi "cosa può spingere un uomo già allo stremo, a spingersi ancora più in là?"
La risposta che la storia di un cacciatore di pelli lasciato solo a morire nell'inverno canadese è una: la vendetta.

Revenant - Redivivo è degno di una delle migliori storie di Park Chan-Wook, regista di Oldboy e che, per altro, era stato anche in trattative per dirigere il film. Tuttavia, il ruolo è andato invece a Alejandro Gonzalez Iñárritu, reduce dal successo di Birdman.Cambiando completamente registro, il messicano passa da New York al confine tra Stati Uniti e Canada, nel 1823. Qui, un gruppo di cacciatori di pelli, guidato da Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) si ritrova in difficoltà quando attaccato da un gruppo di nativi della tribù Arikara. Costretti alla fuga tra le foreste, vengono aggrediti da un orso, da cui Glass viene ferito mortalmente. L'ufficiale Andrew Henry (Domnhall Gleeson) non riesce a dare il colpo di grazia alla guida, e propone che qualcuno rimanga con lui per i suoi ultimi momenti. Il figlio Hawk (Forrest Goodluck), avuto con una pellerossa Pawnee, e i cacciatori Jim Bridger (Will Poulter) e John Fitzgerald (Tom Hardy) decidono di stargli accanto e far proseguire gli altri. Tuttavia, Fitzgerald, temendo attacchi dagli Arikara, dopo qualche tempo uccide Hawk e, ingannando Bridger, abbandona a se stesso Glass. Miracolosamente ripresosi, il cacciatore rimarrà in vita con il solo scopo di vendicarsi di Fitzgerald.

Dopo alcune scene oniriche, il film si apre con una sanguinolenta battaglia tra cacciatori e Arikara. E' un massacro: una scena di indicibile, orrorifica violenza, che per potenza evocativa sembra rifarsi all'incipit di Salvate il soldato Ryan. Lo sbarco in Normandia contro una Little Bighorn ante litteram. Brutalità e sangue ovunque. C'è un uomo che, inebetito dalle ferite, spara ad un cavallo. Un Arikara decapita un cacciatore con una tomahawk. Le acque si tingono di rosso: una battaglia che ci mostra in che razza di mondo siamo capitati. Il tutto, a contrasto con il candore e la bellezza del Canada: girato nelle terra incontaminate dell'Alberta, il paesaggio meravigliosamente catturato dalla fotografia di Emmanuel Lubezki è come un ulteriore protagonista dell'avventura di Hugh Glass. Una terra inospitale che vediamo per come è davvero: il tre volte vincitore dell'Oscar è noto per rifiutare totalmente l'uso di luci artificiali. Un ottima pubblicità, se vi piacciono posti del genere.

DiCaprio è viscerale, emozionante, rabbioso nel portare su schermo lo storico cacciatore di pelli, divenuto negli Stati Uniti una sorta di icona. Rantola, si trascina e stringe i denti, le cicatrici lo stanno uccidendo, ma il suo sguardo, la sua espressione, ci ricordano che è come in missione. Non si fermerà fino a quando non avrà annientato il suo nemico, John Fitzgerald. Un uomo disgustoso, misantropo e interessato solo al guadagno. L'interpretazione di Tom Hardy regge assolutamente il confronto con quella del collega, e in più punti gli ruba la scena: c'è qualcosa di malato nel suo muoversi forsennato, nei suoi occhi che sembrano pronti a schizzargli fuori dalle orbite. C'è follia, ma c'è del metodo. Le debolezze di Fitzgerald, però, emergono tutte: alla fine della giornata, è lui l'uomo che ha qualcosa da perdere

Sullo sfondo della vendetta che fa sanguinare il cuore di Glass, ci sono gli scontri tra i colonizzatori e i nativi. Iñárritu non brillerà per ricostruzione storica, tuttavia tenta di non far dimenticare allo spettatore che Arikara, Pawnee e le altre tribù stanno reagendo a quella che per loro è un invasione: britannici e francesi che sono giunti in una terra non loro e l'hanno occupata, dichiarandola loro. "Ci avete rubato le terre", denuncia un capo Arikara, parlando con un cacciatore canadese. Dove passano gli invasori, ci sono villaggi incendiati, massacri, donne rapite e sfruttate. Anche loro vorrebbero perseguire una personale vendetta, ma non ne sono in grado, e si affidano a poteri superiori per averla. Per lo meno, è quello che sperano.

L'abbondanza di violenza è generalmente da molti vista come una gimmick, usata per mascherare le mancanze contenutistiche di un'opera. In The Revenant, non è decisamente questo il caso: la violenza è l'anima stessa della pellicola, la si respira in ogni momento, aleggia su tutti i protagonisti. Il problema di 
Iñárritu è l'incapacità di costruire un'opera coesa. Si passa dai lunghi piani sequenza, ormai marchio di fabbrica del regista, ma che qui sembrano più ispirati a quelli del collega Alfonso Cuarón, a scene dal montaggio rapido che risultano spesso più imbarazzanti che di effetto. La lentezza che si respira nel secondo atto mina la riuscita stessa dell'intera pellicola: per quasi quaranta minuti, sembra che ci si prenda una pausa da tutto quello che abbiamo appena visto. Un lungo intervallo in verità solo minimamente utile per costruire il finale.
Pellicole come questa sono sempre difficili da giudicare: per quanto la loro bellezza - e in The Revenant ce n'è tanta - sia innegabile, i suoi difetti - e in The Revenant ce ne sono - sono in grado di oscurare con forza parte del suo splendore. Tuttavia, non riesco a pensare a nulla che non avrei voluto vedere, in questo grande viaggio. Soprattutto perché alla fine 
Iñárritu non si dimentica di porre la domanda fondamentale di tutte le storie di vendetta: una volta chiuso il cerchio, cosa rimane al vendicato?

4/4

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