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The Fountain, i limiti dell'uomo di fronte alla morte

The Fountain è un progetto alquanto ambizioso. Un film in cui Darren Aronofsky vorrebbe inserire tutta la sua poetica sull'autodistruzione, la morte e la rinascita. Tuttavia, per quanto sia meravigliosamente girato, con effetti speciali incredibili, The Fountain è un'opera incompleta, che sembra non riuscire a concentrarsi con sufficiente efficienza su nessuna delle sue tematiche.


Attraverso tre storie, Aronofsky tenta di raccontarci di un individuo che è alla ricerca di un modo per superare la morte. Thomas Creo (Hugh Jackman) è un veterinario, la cui moglie Izzy (Rachel Weisz) ha un tumore al cervello. Vorrebbe guarirla, e capita a fagiolo una impressionante scoperta che sarebbe in grado di ringiovanire le cellule. Nel futuro, un uomo di nome Tom (sempre Jackman) vive un viaggio stellare assieme ad un albero verso una nebulosa di nome Xibalba. Tomás (si, ancora una volta Jackman), infine, è un conquistador spagnolo che, sul finire del quindicesimo secolo, si avventura alla ricerca dell'Eden, che un francescano ritiene si trovi nei territori maya.
Tutti e tre cercano un'ideale "albero della vita", un modo per raggiungere la vita eterna, motivati da una promessa d'amore o dal tentativo di salvarlo.

A motivare i tre individui è l'incapacità di accettare la morte, l'unica cosa certa dell'esistenza. Una visione triste, crepuscolare e quasi apocalittica dell'esistenza è quella che accompagna tutta la durata della pellicola. La spettacolare fotografia di Matthew Libatique, spenta e oppressiva, sembra di narrarci di un mondo in cui non splende mai il sole. Ecco, però, che quando emerge Rachel Weisz, in tutti e tre i racconti la donna amata dal personaggio di Hugh Jackman, la luce si fa accecante. Diventa difficile mantenere la propria attenzione sullo schermo, tale è la potenza di questo chiarore improvviso. L'amore per lei è la luce che rischiara l'esistenza dei tre Tom: senza di lei, cos'è la loro vita?

Mossi verso veri e propri vicoli ciechi, che li porteranno inevitabilmente all'autodistruzione, le storie dei tre raggiungono solo in parte una certa completezza. Dopo circa settanta minuti, finalmente arrivano i colpi di scena, e ci si aspetta che da adesso si cambi marcia. Succede, ma il problema è che venti minuti dopo siamo ai titoli di coda.
Mentre scorrono i nomi dei protagonisti, rimanevo a guardare lo schermo dicendomi che poteva, doveva esserci molto altro, da essere raccontato. Molto, molto di più, e la bellezza degli effetti speciali, delle dorate scenografie che rimandavano ai dipinti sacri quattrocenteschi, non era sufficiente a distrarmi da questa sensazione.

Jackman, senza dubbio, riesce a gestire i ruoli dei tre, disperati uomini con grande potenza drammatica, ma lo stesso non si può dire della sua compagna su schermo. La Weisz è sottotono, e complice una scrittura spesso ridicola, la sua Izzy Creo risulta difficile da comprendere e apprezzare. Considerando che attorno a lei ruota la gran parte della trama, la pellicola finisce con l'essere danneggiata dalla sua prestazione. Non aiuta la totale mancanza di chimica tra i due, che in teoria sarebbero marito e moglie e sembrano appena conosciutisi.
Per fortuna, non delude Ellen Burstyn, nel ruolo del capo di Creo e nuovamente a collaborare con Aronofsky dopo Requiem for a dream.

Se di questo film esistesse una director's cut di almeno venti minuti più lunga, potrei dire che è tra i migliori che abbia mai visto. Ahimè, non è questo il caso, e di The Fountain abbiamo unicamente questa versione affascinante e ambiziosa, ma purtroppo inefficace e incompleta. Uno spettacolo che non lascia indifferenti, ma spesso per i motivi sbagliati.

3/4

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