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Il labirinto del Fauno: Alice nel paese degli orrori

Devo aver avuto dodici anni quando vidi per la prima volta Il Labirinto del Fauno. Un film che riuscì a stupirmi, e che potrei definire l'iniziatore della mia passione, quella con la P maiuscola, per il cinema. Era violento, eppure delicato, una favola per bambini, eppure così matura, aveva tinte horror, ma era al contempo così magico.
Non credevo, all'epoca, che si potesse fare cinema così. Ero poco più che un bambino, capitemi. Fatto sta che è davvero illuminante rivederlo una volta cresciuti, soprattutto alla luce delle vittorie di La Forma dell'acqua agli Oscar 2018, pellicola sempre di Guillermo del Toro. Ancora oggi, in effetti, l'oscuro racconto gotico del regista messicano non ha perso il suo immenso potere evocativo: è ancora spaventoso, è ancora complesso e ha ancora un nero cuore pulsante.

Una sorta di retelling più maturo di Alice nel Paese delle meraviglie, Il labirinto del Fauno si ambienta nella Spagna franchista, in piena Seconda Guerra Mondiale. Costretta a trasferirsi in campagna assieme alla madre incinta (Adriana Gil) e al nuovo compagno, il brutale e severo capitano Vidal (Sergi Lopez), la piccola Ofelia (Ivana Baquero) scopre, nelle vicinanze della casa, un labirinto di pietra: qui dimora un inquietante e ambiguo Fauno (Doug Jones), che racconta alla bambina di come lei sia la reincarnazione della principessa di un mondo sotterraneo. Se la piccola vuole ottenere il ruolo che le spetta di diritto, dovrà sottoporsi a tre prove, a dimostrazione che la sua anima non è stata corrotta nel tempo. Alla vicenda di Ofelia si sovrappongono le storie dei ribelli anti-franchisti, che vivono intorno il bosco circostante la casa di Vidal.

Viene spontaneo vedere nel film un racconto di formazione: una bambina pre-adolescente che deve superare delle prove per diventare una principessa ha il sapore di un rito di passaggio per addentrarsi nell'età adulta. Il film non fa nulla per nascondere questo intento: a poco a poco, la piccola, che era giunta in campagna con i suoi libri di fate e fiabe, comincia ad abbandonare le letture per interessarsi alle vicende umane degli adulti che la circondano, in primis la madre incinta e dolorante. Tuttavia, al contempo Del Toro vuole rendere forte l'identità favolistica della sua opera: un regno sotterraneo, un inquietante labirinto di pietra, un Fauno che vive in una tana al centro di essa, un luogo che sembra il posto perfetto per un rituale sacrificale. La simbologia lunare, le fate, il bosco misterioso: tutto rimanda alla tradizione portata avanti dai fratelli Grimm, o dai racconti arturiani.
Allora, perché tutto è così inquietante? Perché, guardandolo, dite a voi stessi che sarebbe bene non farlo vedere ad un bambino?
Mischiando abilmente al tutto uno sfondo storico decisamente imponente come la Seconda Guerra Mondiale, i racconti di Arthur Machen, le atmosfere dei quadri di Francisco Goya e Hieronymus Bosch e una forte carica gotica, otteniamo una storia decisamente matura, carica di significati e di una sensibilità rivolta per lo più ad un pubblico di adulti o giovani adulti. Ciò che Del Toro trasmette è la nostalgia di un uomo ormai maturo per un'infanzia lontana, magica, in cui era più importante il non percepibile, l'immaginato, che ciò che davvero si può vedere, toccare e sentire.

Ciononostante, il regista di La Spina del Diavolo rimane un grande appassionato della storia della Spagna franchista: in questo contesto si sviluppano le storie di Mercedes (un'ottima Maribel Verdù), la cuoca della casa di Vidal, un uomo spietato, malvagio, per il quale non c'è possibilità di redenzione. Forse uno dei "cattivi" meglio riusciti nei film di Del Toro, il capitano è di una crudeltà spesso fine a se stessa, ma non cade mai nell'esagerazione, riesce a non risultare un personaggio da fumetto: Vidal è un uomo reale, è la rappresentazione migliore di quella malvagità degli individui che amano la guerra, che amano torturare il prossimo e non hanno un briciolo di umanità. Nulla, nel film, giustifica la sua sete di sangue, e l'abile interprete Sergi Lopez non sembra interessato a darci motivazioni per farlo.
L'altro "adulto", se così lo si può definire, che definisce la storia di Ofelia è invece il Fauno: ambiguo, bizzarro e spaventoso, la mitica creatura di romana memoria rimane fino alla fine un personaggio dalle motivazioni misteriose e poco chiare. Forse sta mentendo, forse sta facendo agire la bambina solo per il suo tornaconto. O magari, è davvero interessato al suo bene, è davvero il miglior servitore del regno sotterraneo.
Un po' Bianconiglio, un po' Brucaliffo, Doug Jones interpreta il Fauno enfatizzando il linguaggio del corpo, tutto gesticolare, gorgogliare e tremolare, rendendolo terrificante e carismatico, ma ben lontano dall'essere uno di cui ci si fiderebbe. Jones è interprete anche di una delle più orripilanti bestie mai viste in una pellicola: l'Uomo Pallido, una versione deltoriana dell'uomo nero, simbolo di quegli incubi infantili degni delle peggiori minacce dei genitori. "Fate i bravi", dice probabilmente il regista ai figli, "o l'Uomo Pallido viene a prendervi".

Difficile è per altro rimproverare la pellicola dal punto di vista tecnico ed estetico: vincitore di tre Oscar (scenografia, fotografia e trucco), Il Labirinto del Fauno fa dell'uso di trucco ed effetti pratici (Fauno e Uomo Pallido sono realizzati con dei veri costumi) un punto di forza, limitando il più possibile quello della CGI, che risulta così il meno fastidiosa ed invadente possibile.

Non stiamo parlando di un film perfetto, sia chiaro, ma i suoi difetti sono così piccoli che sembrerebbe pretestuoso usarli per danneggiare la propria visione di un'opera così complessa e audace. Il Labirinto del Fauno è da annoverare in quelle liste di film da vedere una volta nella vita, tra quelle pellicole meglio realizzate nel proprio genere o negli anni di riferimento. Che siate appassionati di fantasy o no, stiamo parlando di qualcosa a cui non potete dire di no.

4/4

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