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Lincoln, Spielberg che celebra la storia americana

Lincoln è un impressionante tributo alla storia americana, diretto da uno dei più grandi registi americani e con uno dei migliori cast mai visti nel cinema americano, ma nel ruolo del sedicesimo presidente degli Stati Uniti c'è un britannico. C'è molta ironia nella cosa. Una volta però superato questo iniziale imbarazzo, se così vogliamo chiamarlo, ci rendiamo conto che non c'è proprio nulla da ridere nella nazionalità dell'attore protagonista: perché quando abbiamo su schermo Daniel Day-Lewis, ci dimentichiamo di stare vedendo un attore che recita, e veniamo convinti che Lincoln ci stia davvero narrando le sue storie.

Un biopic è sempre difficile da equilibrare: si rischia di allungare inutilmente il brodo proponendo un prodotto aneddotico e che finisce con il non concentrarsi a dovere sul suo soggetto. Lincoln evita questo errore narrandoci solamente uno degli episodi più significativi della vita del presidente, ovvero i suoi ultimi quattro mesi di vita, durante i quali gestì la fine della Guerra Civile Americana e l'abolizione della schiavitù.

Day-Lewis è un attore noto per il suo metodo di immersione nel personaggio trattato, che lo rende in grado di offrire sempre prestazioni di altissimo livello. Nel ruolo di Abraham Lincoln, raggiunge ancora una volta vette che molti riterrebbero irraggiungibili. Postura, voce, persino l'aspetto fisico: Day-Lewis riesce ad impersonare il presidente come neanche il miglior imitatore avrebbe potuto fare. Aiutato anche dall'eccellente trucco e dalla fotografia di Janusz Kaminski, impone una presenza possente, palpabile sulla scena. Il suo sguardo glaciale è spesso pigro, spesso perforante, la sua voce tranquilla ma decisa è perfetta  ora per una ninna-nanna, ora per un ruggito assordante. Il che, però, rende la pellicola estremamente dipendente dalla sua performance: perché lo schermo soffre immensamente la sua mancanza, specialmente nel primo atto.

Non meno importanti alla vicenda, tuttavia, sono la moglie di Lincoln, Mary Ann Todd (Sally Field) e il membro del congresso Thaddeus Stevens (Tommy Lee Jones). Entrambi candidati all'Oscar, entrambi per ottime ragioni. La prima è una donna problematica, che sembra più stimare che amare il marito, un uomo che solo con lei mostra quello che è davvero. Per la maggior parte del film vediamo infatti Lincoln presentarsi come un uomo mosso da incrollabile ottimismo: nei momenti più difficili, racconta storielle buffe, aneddoti della sua vita militare e cita passi di celebri opere letterarie; ma quando è con lei, vediamo l'uomo dietro la maschera. Vediamo un uomo che cela a fatica paura, nervosismo e rabbia, per non essere riuscito ad impedire la morte del figlio e per il tredicesimo emendamento anti-schiavitù che potrebbe non passare. Solo con lei può mostrare questa debolezza: e solo con lui, Mary può essere debole.
Perché decisamente non è così che si comporta quando, alla Casa Bianca, si reca Thaddeus Stevens, che striglia a dovere in quella che forse è la miglior scena proposta dalla Field. Non sarebbe potuto essere così, però, se dall'altra parte non ci fosse stato Jones. Il suo Stevens è un uomo radicale, energico e caustico, che non accetta compromessi e mezze misure, almeno in apparenza. Vuole abolire la schiavitù, vuole che tutti gli uomini siano considerati uguali. Vede nell'emendamento proposto da Lincoln la possibilità di coronare il sogno di una vita: seppure invidioso del successo del presidente, è tuttavia disposto a ingoiare rospi per ottenere l'agognata vittoria.

Lincoln, tuttavia, non vuole limitarsi solo alla mera ricostruzione storica: propone la trama riguardante il tredicesimo emendamento come un leggero thriller politico, con il trio di lobbisti composto da William Bilbo (James Spader), Richard Schell (Tim Blake Nelson) e Robert Latham (John Hawkes), che offrono anche alcuni dei momenti più divertenti dell'intera pellicola. Anche Michael Stuhlbarg, nel ruolo di George Yeoman, regge il confronto con i tre.
E' difficile trovare, in tutto il film, figure riconducibili ad un antagonista: qualcuno potrebbe dire che i confederati, qui rappresentati da Alexander Stephens (Jackie Earle Haley) siano i "cattivi" della vicenda. Spielberg, però, preferisce dipingerli con una certa dignità, poiché la loro economia verrebbe distrutta dall'abolizione della schiavitù, e loro non potrebbero permettersi tale sconfitta. Insomma, aleggia una sorta di empatia nei loro confronti.
Forse è il partito democratico il vero nemico, capeggiato da Fernando Wood (Lee Pace), personaggio arcigno, spietato e aggressivo, per lo meno a livello verbale. La sua lotta contro l'anti-abolizionismo sembra per lui una questione di vita e di morte, tale è la brutale verve che Pace mette nel ruolo.

La strada per l'abolizione della schiavitù, l'impresa di Lincoln, non è stata semplice. Nonostante sia uno dei presidenti degli Stati Uniti più amati di sempre,  ebbe anche lui un periodo in cui era maledettamente impopolare. Per vincere la guerra, ha dovuto mentire, corrompere, accettare compromessi ed ha rischiato di perdere l'affetto di partito, moglie e soprattutto del figlio Robert (Joseph Gordon-Levitt), che non voleva seguire le orme paterne. Molti vedono il tentativo di santificare la figura di Lincoln; io vedo invece l'obiettivo di mostrarne le debolezze. Vedo un'opera nel quale non si vuole valorizzare una figura già iconica, ma si vuole invece fare un ritratto dell'uomo, con i suoi pregi e i non pochi difetti.

3.5/4

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