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L'Immortale, vendetta e sangue nel Giappone feudale

Già dal titolo potreste credere di aver bene inteso di cosa si va a parlare: la solita storia di vendetta nipponica, i soliti duelli di spade, i soliti ronin che girano il Giappone feudale, i soliti dettagli fantasy con kami e yokai. Se mi diceste che state pensando questo, vi direi che avete quasi del tutto ragione. Quindi, cosa dovrebbe portarvi a dare una possibilità a questa pellicola?
Se non vi basta il fatto che sia diretta da Takashi Miike, vi consiglio di continuare a leggere.

Siamo effettivamente in un Giappone feudale con contaminazioni fantasy: Manji (Takuya Kimura) è un guerriero che, armato di katana e wakizashi, gira il Giappone assieme alla sorella Machi (Hana Sugisaki), alla quale ha per errore ucciso il marito. Un giorno, vengono aggrediti da dei violenti ronin armati fino ai denti: Manji riesce a sgominarli, ma non può salvare la vita della sorella. In punto di morte, viene salvato da una vecchia di nome Yaobikuni (Yoko Yamamoto) che lo rende immortale. Cinquant'anni dopo, Manji viene assunto come guardia del corpo da Rin (sempre Hana Sugisaki), una bambina di cui padre e madre sono stati assassinati da Kagehisa Anotsu (Sota Fukushi), un maestro di spada deciso a riunire tutte le scuole in una sola, da lui capitanata e nota come Itto-ryu. Nonostante un iniziale rifiuto, Manji decide infine di contribuire alla vendetta della giovane, quanto meno per avere un motivo di vita.

Quello che abbiamo di fronte sono due ore e venti minuti di combattimenti con spade, amputazioni, omicidi, vendette e esseri mistici ed immortali che si affrontano in duelli ricchi di sangue e violenza. Dettaglio per altro non trascurabile, è l'adattamento live-action del famoso manga Blade of the immortal di Hiroaki Samura.
Mi chiedo cosa serva di più per convincervi a dargli un'occhiata, ma considerando che non tutti possono essere appassionati del genere, proverò a parlarvene ulteriormente: potrei ad esempio discutere di come Miike scelga di gestire lo scorrimento della storia, e di come effettivamente i suoi protagonisti maturino e non rimangano monodimensionali.
In effetti, Rin e Manji crescono assieme, generando un rapporto che si fa sempre più affettuoso man mano che la pellicola procede. Non fatevi strane idee: i due saranno sempre contraddistinti da un legame di amicizia e rispetto reciproco. Al contempo, Miike sceglie, come sua abitudine, di non gestire gli schieramenti dei personaggi come estremamente definiti: Manji sarà il nostro protagonista, ma è ben lontano dall'essere un eroe. Pigro, malinconico e scostante, è un individuo che negli ultimi cinquant'anni non ha fatto nulla, troppo impegnato a maledire la sorte e la sua immortalità. E' Rin a donargli un obiettivo, un motivo per tornare a combattere e per andare avanti.

Dall'altro lato, Anotsu non è esattamente lo stereotipo del cattivo da manga: giovane e suadente, Anotsu appare a prima vista spietato, ma è in verità mosso anche lui da un desiderio di vendetta, in maniera simile a Rin. Le loro motivazioni si mischiano, si sfidano, ma si rispecchiano: in effetti, lo stesso Manji, al primo incontro con la ragazzina, le chiede perché lei ritenga di essere nel giusto.
Anche i diversi personaggi minori mostrano sfaccettature che li rendono, assieme ai coloratissimi costumi, immediatamente riconoscibili. In special modo Makie Otono-Tachibana (Erika Toda), la riluttante guerriera armata di lancia, cui Miike mette in bocca una tra le sue maggiori riflessioni sulla natura della violenza.

Che con l'aumentare di amore e ambizione, aumentino forse anche crudeltà e spargimento di sangue? Alla fine, cosa motiva i nostri protagonisti, se non la mancanza di una persona amata? Più è forte il loro sentimento, più diventano portentosi i duelli, più si fa difficoltosa la battaglia. Vediamo tradotti su schermo veri e propri scontri di volontà e intenzioni. Il tutto con uno stile meraviglioso: raramente si vedono scontri di spada così ben coreografati, che pur flirtando con la natura esagerata dei manga, riescono a non risultare goffi e poco credibili: un lavoro che si avvicina, per qualità, a quello di 13 Assassini. Al tutto contribuisce la meravigliosa fotografia di Nobuyasu Kita, che ci dona frame di sontuosa bellezza, specialmente nel duello tra Manji e Taito Magatsu (Shinnosuke Mitsushima).

La possibilità che ci offre Netflix è di guardare un film d'azione inusuale, ricco di duelli, violenza e bizzarrie, con personaggi assurdi ma ricchi di personalità. Se volete divergere un po' dal solito action-flick senza cervello americano, L'Immortale è quello che fa per voi.

3.5/4


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