La Forma dell'Acqua non è forse il più originale dei film che potreste vedere nella vostra vita, e forse nemmeno tra quelli che hanno mai vinto l'Oscar per il Miglior Film. Al contempo, però, rimane un'esperienza unica, poetica, magica, uno di quei film che colpiscono per il loro proporre qualcosa di nuovo pur partendo da una base alquanto vetusta.
Del Toro ha affermato di aver avuto l'idea per la pellicola partendo da Il mostro della laguna nera: si chiedeva come avrebbe potuto sembrare la storia se la creatura avesse coronato il suo sogno d'amore con la protagonista femminile. La mancanza di fiducia da parte degli studios per un progetto simile lo ha scoraggiato sino a quando non sarebbe riuscito a trovare una trama adatta: la storia diventa quindi un fantasy adulto, gotico come i suoi Crimson Peak o Il Labirinto del Fauno, ma con un'atmosfera nuova, quella adatta per parlare di amore, diversità, sesso e crudeltà.
Abbandonata la Spagna franchista, Del Toro ambienta la pellicola nella Baltimora del 1962: Elisa Esposito (Sally Hawkins) lavora come inserviente, assieme alla logorroica amica Zelda (Octavia Spencer) in un laboratorio governativo. Un giorno, il violento e severo colonnello Strickland (Michael Shannon) porta un nuovo esperimento, un essere anfibio (Doug Jones) apparentemente intelligente, che veniva venerato come una divinità in Sud-America. Sarebbe utile per la corsa allo spazio contro i sovietici, ci viene detto. Elisa, muta sin dall'infanzia, fa amicizia con la creatura, che la vede come una persona, prima che come una portatrice di handicap. L'amicizia si trasformerà in qualcosa di più, ma questo sogno d'amore può venire infine coronato?
Lo sfondo politico, quello dell'America flagellata dai conflitti etnici e dalla Guerra Fredda, è messo da parte, in favore di una vera e propria celebrazione della diversità. Tra i protagonisti, di fatto, figura anche un omosessuale, Giles (Richard Jenkins), il vicino di Elisa, che si rivelerà fondamentale per permettere all'amica di avvicinarsi sempre di più all'anfibio.
Verrebbe a questo punto spontaneo vedere in tutto ciò una sorta di versione moderna de La Bella e la Bestia, e sebbene non sia sbagliato ritenerla forse l'ispirazione maggiore, forse persino più della Laguna Nera, credo che così facendo si gratti solamente la superficie: più in profondità vediamo riferimenti al fumetto di Mike Mignola (autore di Hellboy), alla fantascienza e all'horror di quel periodo. C'è anche un profondo amore per quel cinema che nessuno va più a vedere, per i film muti e quelli in bianco e nero, quelli che vengono visti in sale ormai vuote, per quanto grandi. Quello in cui Del Toro amava perdersi da bambino, come sceglie di comunicarci attraverso la creatura in una delle scene più suggestive della pellicola.
Scene suggestive che effettivamente non mancano: solo l'incipit, preso per sé, potrebbe vincere un premio al miglior cortometraggio. Una stanza sommersa dall'acqua, la calda voce di Jenkins a narrarci della storia di una "principessa senza voce", i meravigliosi giochi di luce proposti dal grandioso direttore della fotografia Dan Laustsen. Ancora una volta, Del Toro propone una portentosa dimensione fiabesca e onirica, contornata dalla solita delicatezza che lo contraddistingue: anche quando la violenza e il sangue occupano la scena, non spaventa, perché veniamo subito cullati e rasserenati dalla dolcezza o dalla leggerezza con cui anche le peggiori nefandezze vengono trattate. Persino quelle di Strickland, un uomo disgustoso e malvagio, senza alcuna possibilità di redenzione, uno di quei cattivi che piacciono a Del Toro. Che però non sono mai fuori dalla realtà: sono sempre individui che potreste, sfortunatamente, incontrare nella realtà. Perché la storia raccontata sarà pur sempre una fiaba, ma i suoi personaggi sono saldamente ancorati al nostro mondo.
Vorrei poi spendere un breve momento per celebrare Sally Hawkins: la sua seconda candidatura all'Oscar è più che meritata. Costretta in un ruolo che le impedisce di comunicare con la voce, l'attrice britannica sfrutta la propria espressività e la gestualità con energia e sagacia, rendendo l'uso del linguaggio dei segni un modo per trasmettere prima di tutto emozioni e forza d'animo. Allegra ma toccante, senza mai cadere nel melodrammatico, è il cuore pulsante dell'intera vicenda.
Sebbene abbia infine vinto l'Oscar, è doveroso far notare come forse l'aspetto meno riuscito del film sia la colonna sonora: ad eccezione dell'omonimo tema principale, che indubbiamente contribuisce alla meraviglia della scena iniziale, Alexandre Desplat non riesce a incidere come dovrebbe, con molte tracce deboli e facilmente dimenticabili.
Siamo comunque lontani dal poterlo evidenziare come un difetto capace di rovinare il film: La Forma dell'Acqua rimane un'esperienza incredibile, delicata e fiabesca, in grado di trasmetterci ancora quella magia che raramente si prova oggigiorno andando al cinema.
4/4
Del Toro ha affermato di aver avuto l'idea per la pellicola partendo da Il mostro della laguna nera: si chiedeva come avrebbe potuto sembrare la storia se la creatura avesse coronato il suo sogno d'amore con la protagonista femminile. La mancanza di fiducia da parte degli studios per un progetto simile lo ha scoraggiato sino a quando non sarebbe riuscito a trovare una trama adatta: la storia diventa quindi un fantasy adulto, gotico come i suoi Crimson Peak o Il Labirinto del Fauno, ma con un'atmosfera nuova, quella adatta per parlare di amore, diversità, sesso e crudeltà.
Abbandonata la Spagna franchista, Del Toro ambienta la pellicola nella Baltimora del 1962: Elisa Esposito (Sally Hawkins) lavora come inserviente, assieme alla logorroica amica Zelda (Octavia Spencer) in un laboratorio governativo. Un giorno, il violento e severo colonnello Strickland (Michael Shannon) porta un nuovo esperimento, un essere anfibio (Doug Jones) apparentemente intelligente, che veniva venerato come una divinità in Sud-America. Sarebbe utile per la corsa allo spazio contro i sovietici, ci viene detto. Elisa, muta sin dall'infanzia, fa amicizia con la creatura, che la vede come una persona, prima che come una portatrice di handicap. L'amicizia si trasformerà in qualcosa di più, ma questo sogno d'amore può venire infine coronato?
Lo sfondo politico, quello dell'America flagellata dai conflitti etnici e dalla Guerra Fredda, è messo da parte, in favore di una vera e propria celebrazione della diversità. Tra i protagonisti, di fatto, figura anche un omosessuale, Giles (Richard Jenkins), il vicino di Elisa, che si rivelerà fondamentale per permettere all'amica di avvicinarsi sempre di più all'anfibio.
Verrebbe a questo punto spontaneo vedere in tutto ciò una sorta di versione moderna de La Bella e la Bestia, e sebbene non sia sbagliato ritenerla forse l'ispirazione maggiore, forse persino più della Laguna Nera, credo che così facendo si gratti solamente la superficie: più in profondità vediamo riferimenti al fumetto di Mike Mignola (autore di Hellboy), alla fantascienza e all'horror di quel periodo. C'è anche un profondo amore per quel cinema che nessuno va più a vedere, per i film muti e quelli in bianco e nero, quelli che vengono visti in sale ormai vuote, per quanto grandi. Quello in cui Del Toro amava perdersi da bambino, come sceglie di comunicarci attraverso la creatura in una delle scene più suggestive della pellicola.
Scene suggestive che effettivamente non mancano: solo l'incipit, preso per sé, potrebbe vincere un premio al miglior cortometraggio. Una stanza sommersa dall'acqua, la calda voce di Jenkins a narrarci della storia di una "principessa senza voce", i meravigliosi giochi di luce proposti dal grandioso direttore della fotografia Dan Laustsen. Ancora una volta, Del Toro propone una portentosa dimensione fiabesca e onirica, contornata dalla solita delicatezza che lo contraddistingue: anche quando la violenza e il sangue occupano la scena, non spaventa, perché veniamo subito cullati e rasserenati dalla dolcezza o dalla leggerezza con cui anche le peggiori nefandezze vengono trattate. Persino quelle di Strickland, un uomo disgustoso e malvagio, senza alcuna possibilità di redenzione, uno di quei cattivi che piacciono a Del Toro. Che però non sono mai fuori dalla realtà: sono sempre individui che potreste, sfortunatamente, incontrare nella realtà. Perché la storia raccontata sarà pur sempre una fiaba, ma i suoi personaggi sono saldamente ancorati al nostro mondo.
Vorrei poi spendere un breve momento per celebrare Sally Hawkins: la sua seconda candidatura all'Oscar è più che meritata. Costretta in un ruolo che le impedisce di comunicare con la voce, l'attrice britannica sfrutta la propria espressività e la gestualità con energia e sagacia, rendendo l'uso del linguaggio dei segni un modo per trasmettere prima di tutto emozioni e forza d'animo. Allegra ma toccante, senza mai cadere nel melodrammatico, è il cuore pulsante dell'intera vicenda.
Sebbene abbia infine vinto l'Oscar, è doveroso far notare come forse l'aspetto meno riuscito del film sia la colonna sonora: ad eccezione dell'omonimo tema principale, che indubbiamente contribuisce alla meraviglia della scena iniziale, Alexandre Desplat non riesce a incidere come dovrebbe, con molte tracce deboli e facilmente dimenticabili.
Siamo comunque lontani dal poterlo evidenziare come un difetto capace di rovinare il film: La Forma dell'Acqua rimane un'esperienza incredibile, delicata e fiabesca, in grado di trasmetterci ancora quella magia che raramente si prova oggigiorno andando al cinema.
4/4

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