Passa ai contenuti principali

Full Metal Alchemist, o l'alchimista di ruggine

Uno dei settori più fiorenti del cinema giapponese è quello dei film live action (quindi con attori in carne ed ossa) basati su manga e anime di successo. La maggior parte di questi prodotti sono di scarso valore, anche se esistono dovute eccezioni (Ichi the Killer o L'Immortale, entrambi del maestro Takashi Miike). Decisamente, però, non è stato questo il caso con l'adattamento di Full Metal Alchemist, il celebre manga di Hiromu Arakawa pubblicato per nove anni sulla rivista specializzata Shonen Gangan, che ha ricevuto ben due riduzioni animate. Perché passi la volontà di proporre qualcosa di puro intrattenimento o rivolto ad un pubblico giovane: un simile prodotto sarebbe un problema anche per l'audience di riferimento.

Una nota prima di proseguire: da ragazzino ho letto alcuni volumi del manga, e ho recentemente visto tutta la serie Brotherhood (la seconda serie animata, più fedele al materiale originale). Tuttavia, non ho considerato le differenze con l'originale come importanti ai fini della valutazione, anche perché la grandezza dell'opera rendeva proibitivo adattare quelli che sono di fatto i primi venti episodi della serie Brotherhood in solamente due ore e venti minuti.

La storia narra di due fratelli, Edward (Ryosuke Yamada) e Alphonse Elric (Atomu Mizuishi), che vivono in una sorta di inizio '900 stilizzato, con forti connotazioni steampunk. In questo mondo, l'alchimia, in luogo della scienza, ha fatto passi da gigante. I due hanno perso la mamma da bambini, e tentano di riportarla in vita sfruttando le loro conoscenze nella disciplina, sebbene tale esperimento sia categoricamente vietato. Naturalmente, la cosa non va come vorrebbero: Edward si ritrova senza una gamba, e Alphonse perde l'intero corpo, costringendo il fratello a sacrificare il suo braccio per legare la sua anima ad un'armatura. Anni dopo, i due lavorano per il governo, allo scopo di trovare un modo per riottenere i loro veri corpi.

La storia sembrerebbe senza dubbio accattivante: si parla di sacrificio, amore, fratellanza, cultura militare e del conflitto tra scienza ed etica. Per lo meno, di questo si parla nell'originale. Il regista Fumihiko Sori, invece, sembra più intenzionato a far progredire rapidamente la storia, in modo da raccontare il più possibile nei centoquaranta minuti previsti.
Per tutta l'intera durata del film, di fatto, non sono riuscito a provare nulla per i due protagonisti, che pur essendo inseriti in scene nelle quali avrebbero dovuto trasmettermi un profondo legame fraterno, sembrano invece stare assieme perché costretti. Il problema è per lo più dovuto al fatto che condividono pochissimo screen time assieme, e nel poco che hanno, vengono visti litigare, o uno dei due è in difficoltà e impedisce lo sviluppo del loro rapporto attraverso i dialoghi.
Dialoghi che decisamente non mancano, anzi, ma in nessuno di questi sembra scorgersi la possibilità di comprendere più a fondo la personalità dei due.

Altri personaggi che fanno la loro comparsa sono il colonnello ed "alchimista di fuoco" Roy Mustang (Dean Fujioka), che ha voluto i due nell'esercito, la sua assistente Riza Hawkeye (Masako Renbutsu), l'amico Maes Hughes (Ryuta Sato), i tre principali antagonisti, gli homunculi, ovvero la seducente Lust (Yasuko Matsuyuki), l'ingannevole Envy (Kanata Hongo) e l'affamato Gluttony (Shinji Uchiyama). Tutti personaggi che non hanno il benché minimo background. Ci viene detto pochissimo di loro: sappiamo, per esempio, che Hughes ha una moglie ed una figlia, ma a parte questo non veniamo a conoscenza di altri dettagli sulla sua persona, su che ruolo abbia nell'esercito o se sia davvero amico di Mustang, o solo un collega stretto. Gli homunculi sono un mistero, e non nel senso positivo: parlano di un creatore, di obiettivi che hanno, ma giunti ai titoli di coda di loro non ricordiamo niente che spieghi perché sono lì o perché fanno ciò che fanno. Sono i cattivi, punto. Il motivo non conta.
Ben più grave è anche l'assenza di capacità recitative di quasi ogni membro del cast. Risulta difficile prendere sul serio un film se i suoi interpreti, nel momento più importante, causano risate non volute a causa di reazioni davvero fuori dall'ordinario: e sfortunatamente, capiterà più di una volta. Sono salvi da questa onta solamente gli interpreti di Hughes e Lust.

A sorprendermi, però, è stata la quasi totale assenza di scene d'azione. Il film inizia con un discreto inseguimento per le strade della città di Reole (palesemente Volterra, in Toscana), ma dopo ciò, dovremo arrivare fino alla fine per rivedere qualcosa di più movimentato. Vi ho già spiegato come manchino interazioni tra personaggi degne di nota, e di come la recitazione renda il tutto difficile da prendere sul serio: capirete da voi quanto è stato difficile giungere sino alla fine. Perché la noia diventa particolarmente forte man mano che si prosegue, fino al punto che più volte sono stato sul punto di interrompere la visione e fare altro, tipo una partita a canasta con mia nonna. Sarebbe stato più divertente.

Anche la CGI ha i suoi problemi: passiamo da effetti davvero sorprendenti, come l'aspetto della "Verità", o delle trasmutazioni, alla "creatura" forgiata dai fratelli al posto della madre, che risulta difficile da guardare, tale è la bruttezza dell'effetto computerizzato.
Se avete Netflix e due ore e venti minuti liberi, ci sono ben altri film che potete guardare: L'Immortale è della stessa durata. Oppure, riguardate una delle due serie animate. Vi daranno sicuramente più soddisfazioni di questo dimenticabile adattamento, che per altro, a giudicare dal finale, riceverà un sequel. La Verità ce ne scampi.

1/4







Commenti

Post popolari in questo blog

Il labirinto del Fauno: Alice nel paese degli orrori

Devo aver avuto dodici anni quando vidi per la prima volta Il Labirinto del Fauno . Un film che riuscì a stupirmi, e che potrei definire l'iniziatore della mia passione, quella con la P maiuscola, per il cinema. Era violento, eppure delicato, una favola per bambini, eppure così matura, aveva tinte horror, ma era al contempo così magico. Non credevo, all'epoca, che si potesse fare cinema così. Ero poco più che un bambino, capitemi. Fatto sta che è davvero illuminante rivederlo una volta cresciuti, soprattutto alla luce delle vittorie di La Forma dell'acqu a agli Oscar 2018, pellicola sempre di Guillermo del Toro. Ancora oggi, in effetti, l'oscuro racconto gotico del regista messicano non ha perso il suo immenso potere evocativo: è ancora spaventoso, è ancora complesso e ha ancora un nero cuore pulsante.

The Fountain, i limiti dell'uomo di fronte alla morte

The Fountain è un progetto alquanto ambizioso. Un film in cui Darren Aronofsky vorrebbe inserire tutta la sua poetica sull'autodistruzione, la morte e la rinascita. Tuttavia, per quanto sia meravigliosamente girato, con effetti speciali incredibili, The Fountain è un'opera incompleta, che sembra non riuscire a concentrarsi con sufficiente efficienza su nessuna delle sue tematiche.

Kakegurui, il gioco d'azzardo è tutto

Molti, probabilmente, riterrebbero Kakegurui il solito anime pieno di personaggi folli, sopra le righe e caratterizzati in modo da accattivarsi una audience finta alternativa. Probabilmente, avrebbero ragione, ma questo non deve distrarci da una cosa: Kakegurui , nonostante ciò, è un ottimo anime. Uno shonen in cui, al posto dei combattimenti, ci sono partite di gioco d'azzardo. Invece di calci e pugni, ci sono carte e dadi. Se state pensando a Yu-Gi-Oh , siete ancora più fuori strada. Kakegurui è un'esplosione d'energia, un'esperienza coinvolgente e maledettamente divertente, che pecca unicamente nella ripetitività nel canovaccio.