Tra le tante riduzioni cinematografiche dedicate al Mostro di Frankenstein, Frankenstein di Mary Shelley spicca per essere senza dubbio la più fedele al romanzo del 1818. La versione di Kenneth Branagh, però, non brilla certo per essere la più riuscita. Il film, infatti, soffre le enormi manie di protagonismo da parte del regista, scritturatosi anche come attore protagonista, che ne danneggiano la riuscita finale. Una vera sfortuna, se consideriamo l'ottimo lavoro in fase di sceneggiatura operato da Frank Darabont.
Come detto, la sinossi dell'opera non differisce molto da quella dello storico romanzo gotico: Victor Frankenstein (Kenneth Branagh), membro dell'aristocrazia ginevrina e innamorato di Elizabeth (Helena Bonham Carter), frequenta l'università di medicina di Ingolstadt. Qui, appassionatosi agli insegnamenti del professor Waldman (John Cleese), decide di provare un esperimento mai tentato prima: dare vita ad un essere umano. La mostruosa Creatura che ne nascerà (Robert de Niro), tuttavia, sfuggirà al suo controllo.
L'obiettivo di questa nuova trasposizione diventa quello di rimettere al centro della storia il dottor Frankenstein e non più la Creatura, di cui ormai si era abusato come protagonista. Tuttavia, è curioso notare come le scene migliori del film siano proprio quelle in cui appare il Mostro, forse per via dell'interpretazione complessa e appassionata di Robert De Niro. Seppur distante dalla descrizione fatta nel romanzo, la Creatura ha un aspetto orrendo ed inquietante, ma il due volte premio Oscar riesce a smuovere anche i cuori più duri, gestendo meravigliosamente il suo conflitto interno. Creato, e non nato, il Mostro è dilaniato tra il desiderio di poter vivere una vita normale, come ogni essere umano, e la coscienza del fatto che non verrà mai amato da alcuna persona, per via del suo aspetto e dei suoi natali artificiali. Vorrebbe venire accettato almeno da suo padre, il quale però lo ritiene un abominio, e vorrebbe sin da subito disfarsene.
Qui nascono i problemi: Branagh gestisce il dottor Frankenstein come un uomo di scienza deciso ad a sacrificare tutto per raggiungere il suo scopo. Il suo personaggio, però, è freddo, e fa apparire le sue azioni come bizzarre e, in alcuni casi, incoerenti: lavora febbrilmente giorno e notte per il suo esperimento, ma infine preferisce, per non meglio precisati motivi, di liberarsene. Detesta la sua creazione, ed è egli stesso la causa della sua rabbia e della vendetta che si abbatterà su di lui. Anche potendo risolvere la situazione, sceglie invece di fuggire dalle sue responsabilità. Victor Frankenstein, insomma, manca di unità, e rivolgersi a lui è a dir poco difficoltoso.
Quando Branagh potrebbe osare, riscrivendo la sottotrama della compagna della Creatura (rifacendosi più a La moglie di Frankenstein, che al romanzo stesso), invece, fallisce miseramente, generando uno spettacolo sicuramente grottesco, ma che infine non porta a nulla di davvero interessante per i due personaggi. Forse l'obiettivo era dare spazio in più al personaggio di Elizabeth, che però non brilla, nonostante l'impegno della Carter. Per certi versi, l'intero rapporto tra Victor e l'amata risulta come monco. Uno dei difetti maggiori visibili nella pellicola, in effetti, è la sua durata: sembra quasi che manchino intere scene, rimosse allo scopo di far rientrare il tutto in due ore.
Se messo a paragone con il suo predecessore Dracula di Bram Stoker, realizzato da Francis Ford Coppola (qui nelle vesti di produttore), Frankenstein sfigura notevolmente, mancando di una direzione registica ispirata e di una vera voglia di osare con il materiale a disposizione. Non aiuta, poi, una colonna sonora molto buona ma fin troppo invadente.
Frankenstein di Mary Shelley è un prodotto che poteva fare molto di più, che aveva le potenzialità per diventare un classico dell'horror, ma che finisce con l'essere nient'altro che un filmetto utile per passare due ore e farsi un'idea di cosa fosse l'omonimo romanzo. Se però cercate qualcosa che possa lasciarvi a bocca aperta, vi conviene volgervi ad altri lidi.
2.5/4
Come detto, la sinossi dell'opera non differisce molto da quella dello storico romanzo gotico: Victor Frankenstein (Kenneth Branagh), membro dell'aristocrazia ginevrina e innamorato di Elizabeth (Helena Bonham Carter), frequenta l'università di medicina di Ingolstadt. Qui, appassionatosi agli insegnamenti del professor Waldman (John Cleese), decide di provare un esperimento mai tentato prima: dare vita ad un essere umano. La mostruosa Creatura che ne nascerà (Robert de Niro), tuttavia, sfuggirà al suo controllo.
L'obiettivo di questa nuova trasposizione diventa quello di rimettere al centro della storia il dottor Frankenstein e non più la Creatura, di cui ormai si era abusato come protagonista. Tuttavia, è curioso notare come le scene migliori del film siano proprio quelle in cui appare il Mostro, forse per via dell'interpretazione complessa e appassionata di Robert De Niro. Seppur distante dalla descrizione fatta nel romanzo, la Creatura ha un aspetto orrendo ed inquietante, ma il due volte premio Oscar riesce a smuovere anche i cuori più duri, gestendo meravigliosamente il suo conflitto interno. Creato, e non nato, il Mostro è dilaniato tra il desiderio di poter vivere una vita normale, come ogni essere umano, e la coscienza del fatto che non verrà mai amato da alcuna persona, per via del suo aspetto e dei suoi natali artificiali. Vorrebbe venire accettato almeno da suo padre, il quale però lo ritiene un abominio, e vorrebbe sin da subito disfarsene.
Qui nascono i problemi: Branagh gestisce il dottor Frankenstein come un uomo di scienza deciso ad a sacrificare tutto per raggiungere il suo scopo. Il suo personaggio, però, è freddo, e fa apparire le sue azioni come bizzarre e, in alcuni casi, incoerenti: lavora febbrilmente giorno e notte per il suo esperimento, ma infine preferisce, per non meglio precisati motivi, di liberarsene. Detesta la sua creazione, ed è egli stesso la causa della sua rabbia e della vendetta che si abbatterà su di lui. Anche potendo risolvere la situazione, sceglie invece di fuggire dalle sue responsabilità. Victor Frankenstein, insomma, manca di unità, e rivolgersi a lui è a dir poco difficoltoso.
Quando Branagh potrebbe osare, riscrivendo la sottotrama della compagna della Creatura (rifacendosi più a La moglie di Frankenstein, che al romanzo stesso), invece, fallisce miseramente, generando uno spettacolo sicuramente grottesco, ma che infine non porta a nulla di davvero interessante per i due personaggi. Forse l'obiettivo era dare spazio in più al personaggio di Elizabeth, che però non brilla, nonostante l'impegno della Carter. Per certi versi, l'intero rapporto tra Victor e l'amata risulta come monco. Uno dei difetti maggiori visibili nella pellicola, in effetti, è la sua durata: sembra quasi che manchino intere scene, rimosse allo scopo di far rientrare il tutto in due ore.
Se messo a paragone con il suo predecessore Dracula di Bram Stoker, realizzato da Francis Ford Coppola (qui nelle vesti di produttore), Frankenstein sfigura notevolmente, mancando di una direzione registica ispirata e di una vera voglia di osare con il materiale a disposizione. Non aiuta, poi, una colonna sonora molto buona ma fin troppo invadente.
Frankenstein di Mary Shelley è un prodotto che poteva fare molto di più, che aveva le potenzialità per diventare un classico dell'horror, ma che finisce con l'essere nient'altro che un filmetto utile per passare due ore e farsi un'idea di cosa fosse l'omonimo romanzo. Se però cercate qualcosa che possa lasciarvi a bocca aperta, vi conviene volgervi ad altri lidi.
2.5/4

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