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Era mio padre, il rapporto filiale nell'America del proibizionismo

Era mio padre è uno di quei pochi film in cui la traduzione italiana del titolo rende molto meglio dell'originale. In effetti, contestualizza immediatamente di cosa si andrà a trattare: si parla di padri e figli, del confronto tra modi diversi di intendere l'amore filiale e di fino a dove un genitore possa spingersi per il proprio pargolo. Almeno, le intenzioni di Sam Mendes erano queste: la messa in scena finale ne palesa solo una parte, finendo spesso col concentrarsi più sulla gangster story di sfondo, che sulle relazioni tra le due coppie padre-figlio antagoniste.

Basato su una graphic novel di Max Alan Collins, Era mio padre si ambienta negli Stati Uniti del 1931. Michael Sullivan (Tom Hanks) e Connor Rooney (Daniel Craig) sono come fratelli adottivi, e sono membri di un clan della mafia irlandese di Rock Island, Illinois, capeggiato da John Rooney (Paul Newman). Quando il figlio quattordicenne di Sullivan, Michael jr. (Tyler Hoechlin) scopre l'attività criminale del padre, Connor crede che possa essere un problema: sceglie di uccidere la famiglia del fratellastro, ma non riesce a trovare né lui né il figlio. I due saranno così costretti alla fuga, mentre un assassino di nome Harlen Maguire (Jude Law) viene messo sulle loro tracce.

Può un uomo trovare la redenzione attraverso il figlio? La domanda che sembra porsi Mendes è questa. Michael, in effetti, non vorrebbe che Michael jr. segua la sua strada, e quando scopre che lo ha spiato, portando alla luce la sua attività da gangster, il suo primo obiettivo non è zittirlo, ma fargli capire che non deve seguire questa strada. Hanks e Hoechlin lavorano duramente per essere credibili nella parte, ma il problema tra i due viene rapidamente alla luce: c'è freddezza, tra padre e figlio, non c'è un vero rapporto. Di fatto, a Michael sembra quasi non importare del giovane, e nonostante verso il finale alcuni dialoghi sembrino denunciare il problema, non lo risolvono. Sembra quasi che Mendes sia cosciente di non essere riuscito a creare un vero rapporto tra i due (a volte, Sullivan di fatto sfrutterà il figlio per il proprio tornaconto), ma che in fondo non gli interessasse davvero.
Dall'altro lato, abbiamo i due Rooney: l'anziano John preferisce chiaramente Michael a Connor, sebbene quest'ultimo sia il suo figlio naturale, ma quando assassina la famiglia del figliastro, John si rende conto che non può voltare le spalle alla sua progenie naturale. Lo abbraccia, gli fa sentire quell'affetto che, comprende, gli ha sempre negato. Sebbene siano poche le scene che i due condividono, il loro rapporto è ben più chiaro e coinvolgente rispetto a quello dei due protagonisti.
Forse il motivo sta anche nell'eccezionale impegno di Newman e Craig: il primo, ormai un veterano di Hollywood, riesce a veicolare le emozioni dello spettatore grazie al proprio sguardo, ora glaciale e rabbioso, ora dolce e commovente, risultando forse l'MVP dell'intero cast. Craig, invece, è un uomo vittima delle sue emozioni, impulsivo, spesso crudele, ma non sprovveduto. Potrà sorridere tutto il tempo, ma non vi sembrerà mai un uomo di cui vi fidereste.

In un ruolo più piccolo, quello del mafioso Nitti, abbiamo uno Stanley Tucci che si riconferma uno dei migliori caratteristi sulla piazza: la sua interpretazione, tutta gesti di mani e scrollate di sopracciglia, è da ABC dell'attore non protagonista.
All'opposto, abbiamo un Jude Law che si propone nel ruolo di un violento sicario della mafia: è un uomo viscido, perverso e crudele, a cui piace fotografare cadaveri. Spesso di persone che ha lui stesso assassinato. E' disgustoso, ed è estremamente efficace: se dobbiamo provare qualcosa per i nostri due protagonisti, mettergli contro un individuo tanto terribile è la cosa migliore.

La violenza che lo caratterizza, in effetti, è un altro filo conduttore della pellicola. Forse, è anche ciò su cui Mendes avrebbe dovuto concentrarsi maggiormente. I personaggi sono braccati dalle conseguenze delle loro azioni: sangue porta altro sangue, un omicidio tira l'altro, e nessuno sembra poter sfuggire a questa ciclone di brutalità. In questo senso, il titolo originale del film, Road to Perdition (sebbene Perdition sia una città) ci permette di comprendere meglio di cosa stiamo parlando. Quella che inizia Connor è una strada verso la perdizione, poiché ogni personaggio sarà costretto a scelte difficili e sovente sanguinarie: se per John Rooney l'unica scelta, per quanto dolorosa, è quella di dire addio ad un figlio, per Michael, di scelte, ce ne saranno tante, che spesso lo costringeranno a rapinare ed uccidere. Michael jr. è forse l'unica vittima in tutto questo, dato che oltre a perdere parte della famiglia, di fatto sarà costretto a dire addio alla sua infanzia.

L'idea di "strada verso la perdizione" è efficacemente simboleggiata dai chiaroscuri del direttore della fotografia Conrad L. Hall, vincitore dell'Oscar per il suo meraviglioso lavoro: alcune tra le più belle scene sotto la pioggia che abbia mai visto sono merito suo. Meno efficace la colonna sonora di Thomas Newman, che in certi punti sembra riciclare le tracce da lui stesso realizzate per American Beauty, il precedente film di Mendes.

La mancanza di equilibrio è un altro punto a sfavore del film. Per un'intera ora e qualcosa di più, siamo in un mondo oscuro, piovoso e inospitale, e d'improvviso il Sole inizia a splendere e veniamo travolti da un montaggio rapido di scene in pieno stile Steven Spielberg (ho pensato a Prova a prendermi) che risolleva il morale della pellicola per appena quindici minuti, il tempo di tornare poi al buio e sotto la pioggia. Non capisco se l'obiettivo fosse "riavvicinarci" alla vicenda, dato che la sua freddezza ci aveva sino ad allora tenuto distanti; ma il risultato è ben lungi dall'essere soddisfacente.
In un certo senso, riassume la mia concezione del film: per quasi due ore sembra di stare guardando una lite da dietro una parete di vetro. Scorgi qualche motivazione, qualche motivo di conflitto, vorresti intervenire per capire di più: poi, torni a casa e, ripensandoci, capisci che è una storia che non ti riguarda.

3/4

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