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C'era una volta in America: il testamento di Sergio Leone


Era il 1984 quando C'era una volta in America,  magnus opus di Sergio Leone, debuttò nei cinema di tutto il mondo. La versione statunitense della pellicola, macellata e ridotta ad appena 139 minuti, venne molto criticata e non ricevette nemmeno una candidatura all'Oscar. Per fortuna, quella europea, di 229 minuti, venne invece apprezzata sin da subito, ed a seguito della sua diffusione sul suolo americano, permise al film di ottenere la gloria che gli sarebbe spettato sin da subito.

Oggi siamo soliti definire C'era una volta in America uno dei migliori film realizzati. Dopo però 34 anni, quasi due generazione e tanti, tanti cambiamenti nel gusto e nella morale del pubblico, è ancora così?

L'America vista da un italiano che di essa sa solo ciò che ha visto al cinema e letto sui giornali: ecco cos'è C'era una volta in America. Una pellicola personale, intima, che Leone ha realizzato come tributo alla Terra delle Opportunità, quella che lo ha apprezzato per i suoi spaghetti western e che gli ha regalato tante soddisfazioni.
Un gangster movie che si allontana un po 'dai soliti canoni del genere: l'obiettivo è quello di narrare come, in sessant'anni, l'America sia cambiata attraverso gli occhi di Noodles, il protagonista, interpretato da uno stupefacente Robert De Niro. Dagli inizi del ventesimo secolo fino al 1968, per i giovani ragazzini del ghetto ebreo di Brooklyn, ne passa di acqua sotto i ponti. Sono dei teppistelli di strada che vivono alla giornata, cavandosela con dei lavoretti da criminali assegnati loro da un certo Bugsy. Loro sono Noodles, Cockeye, Patsy e Dominic; in seguito, si unirà a loro Max (da adulto interpretato da un sontuoso James Woods). La volontà di emergere, di farsi un nome, di primeggiare e diventare dei veri fuorilegge li porterà, da adulti, ad essere i nuovi padroni del crimine organizzato di Brooklyn. Con la maturità, però, giungeranno anche i disaccordi: e l'amicizia, fortissima, che ha unito Noodles e Max, andrà incontro a tante difficoltà.

De Niro contro Woods, un confronto che pochi si aspetterebbero di veder fruttare, si rivela invece un cavallo vincente: oltre a mostrare tremenda chimica, i due, grazie anche ad un lavoro di scrittura sopraffino, sono in grado di comunicare una vasta gamma di emozioni, pur interpretando due personaggi agli antipodi. Da una parte, il più serio, cupo e cauto Noodles, che De Niro porta su schermo con una certa atonia, ma senza mai dimenticarsi dell'intensità che lo ha sempre distinto; dall'altro, un Max nevrotico, iperattivo e rabbioso, pronto a scattare in qualunque momento, una figura perfettamente nelle corde di Woods.
Non sono solo i due protagonisti, però, a prendersi la scena: Jennifer Connelly, nel suo primo ruolo su schermo, dimostra a tutti come fosse già in grado, ad appena quattordici anni, di monopolizzare l'attenzione. Anche Joe Pesci, nella piccola parte di Frankie Monaldi, dà lezioni di ABC del vero criminale italo-americano. William Forsythe e James Hayden (Cockeye e Patsy adulti) completano l'ottimo quadro dei protagonisti. In ruoli più piccoli, ma efficaci, ci sono anche Burt Young (il rude e gretto Joe, uomo di fatica di Monaldi) e Danny Aiello, un ufficiale di polizia corrotto e cafone.


C'era una volta in America, come detto, non è la solita gangster story: è anche un racconto di formazione, un film storico, una storia di amicizia e tradimenti.
In quattro ore, Sergio Leone decostruisce, matura e fa crescere i suoi personaggi, che attraverso un gran lavoro di prolessi e analessi vengono analizzati in vari momenti della loro vita. Da un momento all'altro, il giovane, ingenuo Cockeye che compra un dolcetto per far colpo sulla bella ragazza del suo palazzo, diventa uno spietato criminale che, armonica alla bocca, rapina banche e aggredisce manifestanti. Al tutto contribuisce un'atmosfera nostalgica, spesso onirica, ben resa dalla fotografia di Tonino Delli Colli (che ci regala immagini meravigliose come quella del Ponte Manhattan visto da Washington Street, visibile nella locandina), che usa ottimamente il filtro seppia per invecchiare i ricordi di Noodles, colonna portante della narrazione.
E' poi necessario ricordare la stupefacente colonna sonora di Ennio Morricone, carica di poesia, di tristezza e malinconia, ma anche, in certi casi, di tensione e, perché no, sovente di allegria. Squalificata dall'Academy per un tecnicismo dalla corsa agli Oscar, tutt'oggi è forse uno degli elementi più riconoscibili della pellicola, al punto tale da venire citata in altre opere del medesimo genere.

Nonostante le lodi in apparenza sperticate del sottoscritto, C'era una volta in America non è un capolavoro. Perché se Leone in tanti casi riesce a meravigliare, allo stesso tempo riesce a provocare perplessità, a causa del modo in cui, sovente, lascia avvertire un certo autocompiacimento nelle sue inquadrature, fino a giungere ad un certo disgusto nel modo becero in cui gestisce tematiche come lo stupro e, soprattutto, nel modo in cui tratta le donne.
Jennifer Connelly ed Elizabeth McGovern interpretano Deborah (rispettivamente, da giovane e da adulta), la donna amata da Noodles, che non è altro che un trofeo, una donna da conquistare, una bella presenza che viene trattata come uno straccio; c'è Tuesday Weld nel ruolo di Carol, la donna di Max, anche lui più utilizzata che amata; Peggy, matrona di una casa di incontri (Amy Ryder da giovane, Julie Cohen da adulta) che è solamente carne da macello per i giovani teppistelli.
Molte pellicole hanno gestito coerentemente il dramma dello stupro e l'orrore di questo infamante crimine: ma usato in maniera così spettacolarizzata, squallida e inutile, poiché non porta ad alcuna conseguenza per i personaggi, fa apparire questa scelta come gratuita, posta col solo obiettivo di sconvolgere lo spettatore.

Quando parliamo di C'era una volta in America, senza dubbio citiamo una delle più importanti opere degli anni '80, di uno dei più importanti film del cinema italo-americano e forse di una delle più significative storie sull'America che conosciamo. Tuttavia, siamo lontani dal poter parlare di capolavoro: perché per quanto un quadro possa essere meraviglioso e vicino alla perfezione, non bisogna mai dimenticare che scadere nell'orrore gratuito è qualcosa da non far passare inosservato.

3.5/4

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